Vento e fari vegliano su questa terra immersa nell’Oceano Atlantico. La proteggono, non vogliono ospiti e permettono il passaggio indisturbato solo di Calima, sabbia sahariana portata dal vento di scirocco.
Situata a sud di Lanzarote e a soli 100 km dalla costa africana, Fuerteventura è la più povera tra le isole Canarie. Infatti, pur essendo la seconda per dimensione tra le sette sorelle dell’arcipelago, è pressoché priva di vegetazione e scarsamente popolata (61 abitanti per km²). I nativi parlano di un “malpaís”: di una terra, che per loro è casa, caratterizzata da vulcani inattivi e deserti, poco adatta per lo sviluppo delle coltivazioni ma tanto gradita ai greggi al pascolo.
Luogo ambito dai surfisti in cerca delle alte onde oceaniche e rifugio per chi desidera rallentare il serrato tempo continentale a favore di un ritmo scandito dagli elementi.
Meta ideale per trascorrere sei giorni alla Kerouac, percorrendo i luoghi più caratteristici di quest’isola incontaminata.
Aria. Primi incontri dell’isola
L’arrivo è all’aeroporto di El Matorral, dove è possibile noleggiare una macchina e raggiungere la prima tappa del viaggio: Puerto del Rosario. Qui l’oceano accoglie placido in una città portuale, capitale di Fuerteventura dal 1860. Una volta culla di pastori e per questo chiamata Puerto de Cabras, è oggi il principale centro abitato dell’isola. Da visitare: Nuestra Señora del Rosario, chiesa storica della città; e Casa Museo Unamuno, che ospita tutti gli oggetti appartenuti allo scrittore e filosofo Miguel de Unamuno, esiliato sull’isola nel 1924 dal dittatore spagnolo Primo de Rivera.
Si prosegue in direzione Antigua verso le saline di El Carmen. Lo stabilimento, unico ancora attivo, si dedica alla lavorazione del sale, fondamentale per il sostentamento dell’isola, dal 1910.
Percorsi altri 30km in direzione sud, Las Playitas scintilla sotto al sole. 300 metri di spiaggia libera vulcanica circondati da un grappolo di case bianche. Le abitazioni costiere dell’isola nascondono oggi, dietro ad infissi colorati e bianca calce, quella pietra utilizzata in passato per rendere gli edifici in grado di mimetizzarsi con la natura circostante e sfuggire agli attacchi dei pirati.
A congedare la giornata, il primo guardiano dell’isola: il faro de la Entallada domina sull’omonimo promontorio sudorientale. Si percorre una stradina che finisce a strapiombo sull’oceano e si incontra per la prima volta il vento. Tanto forte che sembra volerti spingere a saltare nel vuoto. Eppure, ti soffia contro così forte che è lui a non farti cadere.
Ecco che l’anima di Fuerteventura si rivela selvaggia e contraddittoria dove la natura fa da sovrana e rende l’uomo inerme, mansueto, arrendevole e tuttavia inebriato di grandezza.
Aria e Acqua. Il sud, tra storia e natura
A sud-ovest dell’isola, dopo 19 km di strada sterrata si raggiunge la sconfinata spiaggia di Cofete. È la più grande e tuttavia la meno sviluppata di tutte le isole Canarie.
Pur essendo meta irrinunciabile dei turisti che approdano sull’isola, Cofete si mostra deserta. La presenza dell’uomo è qui tanto insignificante da rischiare di confonderlo con i ben più ingombranti granelli di sabbia.
In questa spiaggia che si direbbe non esaurirsi mai, passeggiate sulla riva, pranzi al sacco, meditazione al sottofondo di risacca o insoliti tornei di calcio: ogni cosa trova il suo spazio.
Tra le montagne a cornice della spiaggia si erge villa Winter, o villa del nazista. Costruita negli anni ’40 dall’ingegnere tedesco Gustav Winter, al quale venne affidata nel 1937 l’amministrazione della penisola di Jandía, è da sempre oggetto di leggende. Alcune la dipingono come la casa degli orrori nella quale, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i nazisti si recavano per sottoporsi a interventi estetici in grado di renderli irriconoscibili. Quello che è certo è che, dopo il 1946, l’ingegnere diede vita ad una cosiddetta “epoca Winter”, trasformando tutta la penisola sotto il suo controllo in un’impresa agricola basata sulla coltivazione di pomodori e sull’allevamento di bestiame.
Abbandonando la spiaggia, si prosegue verso il Faro de la Punta de Jandía. Seconda vedetta di questo viaggio, è punto di riferimento per i naviganti dell’Atlantico che qui arriva impetuoso e mischia le sue correnti che si scontrano portate da un vento che fischia e ulula senza tregua. Da questo gigante, in giornate terse è possibile vedere in lontananza Gran Canaria.
Acqua e terra. Sport acquatici ed escursioni nell’entroterra
Tappa obbligata è Playa de Sotavento. Ideale per chi desidera dedicarsi al kitesurf assistendo allo spettacolo del mare che prepotente si fa spazio sulla terra e divide la spiaggia in lingue di sabbia circondate dall’acqua.
Si prosegue per circa altri 8km per raggiungere La Pared, il punto più stretto dell’isola. La sua spiaggia si presenta come una vera e propria parete di terra a picco sul mare. Qui è possibile salire in cima alla scogliera per osservare correnti che creano vortici nell’acqua e onde che, infrangendosi sulle rocce, minacciano di travolgere gli spettatori.
Non è mai troppo presto per cavalcare l’oceano: a Luca, cinque anni, che da poche settimane si è trasferito sull’isola con i genitori e la sorella, bastano una tavola e un sorriso per dominare le onde.
Abbandonato il mare ci si addentra nel Barranco de las Peñitas, un’escursione di circa un’ora e mezza alla base di un canyon. Un percorso desolato dove si incontrano solo l’Eremita de la Peña, piccola cappella bianca, e un arco scavato nella roccia dalla forza del vento. Uno spettacolo a conferma della supremazia della natura su quest’isola.
Bronzi giganti vigilano la strada per Betancuria. Si tratta di monumenti dedicati ai leggendari capi dell’isola Guize e Ayos. A loro era affidato il governo dei Guanchos, popolazione autoctona canaria soppiantata dagli invasori spagnoli. Betancuria è il comune più piccolo di Fuerteventura. Fondata nel 1405 dal conquistatore di origini normanne Jean de Béthencourt, al quale deve il nome, fu capitale dell’isola fino al 1834 ed è oggi uno dei centri più antichi del territorio. Qui è possibile passeggiare tra le ville signorili delle vie residenziali oppure fermarsi per assaggiare qualche specialità canaria.
Acqua e aria. Pirati e vedette
Ad Ajuy le grotte dei pirati ne testimoniano le incursioni sull’isola. Dalla spiaggia nera vulcanica del paesino inizia un sentiero che attraversa un altopiano roccioso e, passando per Caleta Negra, una ripida scala sul mare, conduce a grotte abitate solo da onde e pipistrelli. Risalendo verso il nord dell’isola, a 5 km dall’antico villaggio di pescatori di El Cotillo, si trovano le spiagge di Escalera e de El Aguila. Sabbia dorata accerchiata da suggestive scogliere e acque agitate per divertire i surfisti.
Raggiungendo El Cotillo, poco prima dell’uscita dal paese torreggia faro del Tostón. Proseguendo sul sentiero di fronte al faro, torrette di ciottoli di diverse altezze sono i souvenir lasciati dai turisti all’isola.
Da un’isola all’altra
A 3km da Corralejo, località più vivace di tutto il nord dell’isola, oltre lo stretto di Bocaina, emerge Lobos.
4,5 kmq di terra disabitata posti sotto tutela ambientale. L’isola deve probabilmente il nome, letteralmente “isola dei lupi”, alle specie di foche monache e leoni marini che ne popolavano le coste. Oggi 130 specie botaniche colorano i lati dell’unico sentiero che percorre l’isola fino alla Caldera, montagna dalla cui vetta si ammirano Fuerteventura e Lanzarote, e al faro di Punto Martino.
Un’oasi naturale dove godere della natura e del suo silenzio o rinfrescarsi nelle acque oceaniche che circondano la costa. Lobos è priva di strutture turistiche è perciò necessario recarvisi provvisti di cibo e acqua potabile.
Fuoco. La Fuerteventura vulcanica
Rientrati a Fuerteventura, sulla strada tra Corralejo e la località artigianale di Lajares, riposa silente il Calderón Hondo. Vulcano spento che presenta un cratere dal diametro di circa 1,5 km e una profondità di 70 metri. Spento sì, ma il passaggio del fuoco ha lasciato una potente traccia ancora percettibile. Energie primordiali: quella antica del fuoco e quella presente del vento che implacabile travolge quel cratere raggiungibile fino al suo punto più alto (278 metri).
Centinaia di incisioni rupestri podomorfe adornano i 400 metri di terra rossa del Tindaya. Di origine vulcanica, la montagna sacra, abitata secondo le credenze popolari dalle streghe, sorge a 5km da La Oliva. Dopo un tentativo del 1991 di sfruttarlo come cava di pietra, il Tindaya viene dichiarato nel 1994 Monumento Naturale e si vieta di scalarlo in assenza di una guida. Per una visione migliore sulla montagna è sufficiente raggiungere in auto il poco distante Mirador de la Montaña de la Muda e godersi lo spettacolo delle nuvole che corrono, trasportate dal vento veloce, ad ombreggiarne vetta e pendici.
Il fuoco sull’isola anima anche le serate tra amici: chitarra e falò un intramontabile accoppiata vincente.
Terra. L’ultimo deserto
Manciate di popcorn ricoprono la riva di Playa del Bajo de la Burra. Nota anche come Popcorn Beach, questa spiaggia, a 5 km da Corralejo, si è formata da piccoli fossili di alghe dette rodoliti. Col tempo le onde oceaniche hanno deformato questi fossili fino a donargli la forma tipica del popcorn. Nel rispetto di questo fenomeno naturale, si raccomanda di non rimuovere i fossili dalla spiaggia, tanto più che il loro sapore nulla ha a che vedere con quello del mais scoppiato.
20 km² di sabbia sono l’ultimo spettacolo che regala Fuerteventura. Finissimi granelli bianchi ricoprono la spiaggia di Corralejo immergendo lo spettatore in un panorama che non si può decidere se sia più desertico o californiano. Le dune, poste sotto tutela ambientale dal 1982, sono il perfetto punto di arrivo di questo viaggio. Sul manto di sabbia Calima soffia gentile per l’ultima volta e si congeda.
